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domenica 4 gennaio 2015

Stanza B517


B517



Astolfo camminava da ore per le vie di una piccola città come tante, persa nella confusione della notte vigile. Nessuno faceva caso a lui, che aveva dimenticato la via di casa. O, forse, non l'aveva proprio dimenticata. Forse la verità era che Astolfo non trovava un buon motivo per tornare a casa sua. Era solo da troppo tempo. Perfino Harimi l'aveva lasciato. Al pensiero di quel nasino umido, che la dolce cagnetta strofinava sul suo viso tutte le sere, Astolfo sentì un vuoto immenso occupare tutto lo spazio disponibile nel suo cuore.
Immagine presa dal Web

Astolfo non sarebbe tornato a casa, quella notte. Non trovava un motivo per percorrere di nuovo quella via, che fingeva di non ricordare più.

Cammina, cammina, Astolfo finì al Mirabel Hotel. Non ricordava di averlo mai visto quel posto. Eppure era lì, immenso, proprio davanti ai suoi occhi. Sembra nato come un fungo dopo la pioggia. Infilò la porta di vetro dell'hotel. Entrò.

Silenzio.

Astolfo fece qualche passo verso il bancone della reception: una donna, di cui in seguito Astolfo non riuscì mai più a ricordare nulla, gli porse una chiave: “Stanza B517” gli disse con una voce soave.

E l'uomo, senza farsi domande, come preso da un bisogno irrinunciabile, strinse la chiave e si avviò d'istinto verso un ascensore grande, lussuoso, con finiture color dorato. All'interno dell'ascensore, si rese conto di non aver chiesto quale fosse il piano della stanza. Ma quello del Mirabel Hotel non era un ascensore qualsiasi: Astolfo faticò un po' prima di capire che ogni pulsante -ed erano un'infinità- corrispondeva ad una stanza. Con pazienza, cercò il numero della sua. B517. Eccola, finalmente. Un lieve rumore di cavi, sui quali scivolò l'ascensore, e poi un tintinnio. Le porte scorrevoli si ritrassero. Astolfo si trovò di fronte ad un'unica porta, con una targhetta in oro, incisa con smalto rosso: B517.

Tutto era molto bizzarro e insolito. Ma Astolfo era stanco. Davvero stanco. Non aveva voglia di farsi troppe domande. Non aveva voglia di chiedersi il perché di un corridoio con una sola stanza o di un ascensore con infinite destinazioni. Voleva soltanto chiudersi alle spalle quella vita come tante altre, quella città come tante altre, quel malessere che bruciava dentro il suo cuore, come bruciava in quello di tanti altri.

La stanza era sobria. Un letto matrimoniale, due comodini con abate-jour rosa antico, una finestra lunga e stretta, un armadio. La moquette, anche questa rosa antico, attutiva il rumore dei suoi passi.

Astolfo si lasciò cadere sul letto, morbido e profumato di pulito. Meno male. Odiava gli alberghi che non utilizzavano biancheria pulita e profumata per le stanze. Quel piumone bianco immacolato, invece, profumava di lavanda.

Astolfo chiuse gli occhi.

Profumo di lavanda...anche le lenzuola del suo viaggio di nozze con Lisa avevano avuto quel profumo, ventisette anni prima. Astolfo si sentì catapultato indietro nel tempo. In un tempo lontano in cui Lisa gli accarezzava il corpo, desiderosa di lui, dei suoi baci, delle sue attenzioni. Come erano arrivati a quel punto? Era colpa sua. Astolfo lo sapeva. Non poteva biasimarla. Lui l'aveva trascurata. Troppo lavoro, in cerca di un avanzamento di carriera che non era mai arrivato. E che le aveva portato via sua moglie. Lisa ormai non voleva più vederlo. Eppure, lì, in quella stanza B517, Astolfo riuscì a sentirla di nuovo vicina. Forse era colpa di quelle lenzuola morbide, di quel profumo di lavanda. Forse era colpa della sbronza che si era preso circa un'ora prima.



Ti ho sempre amata. Sempre.

Astolfo scrisse queste cinque parole sul display del suo iPhone. Poi inviò il messaggio a Lisa, che come foto del profilo aveva un primo piano del suo dolcissimo viso. Astolfo non volle aspettare una risposta, anche perché temeva che non sarebbe mai arrivata. Spense lo smartphone e lo lasciò sul comodino.

Freddo. Aveva sudato, prima, ed ora aveva freddo. Si tolse a fatica le scarpe lucide ed eleganti che aveva usato per andare in ufficio. Fanculo a quel lavoro. Fanculo a quella carriera rincorsa inutilmente per anni. Alle vacanze a cui aveva rinunciato, all'amore che aveva perso, all'uomo che era diventato.

Astolfo pianse. Come piangeva da bambino. Ma, quando era bambino c'era sua madre ad asciugargli le lacrime. C'era sua madre a stringerlo a sé. Ora era solo. Solo in una stanza anonima con la biancheria che profumava di lavanda.

Un rumore.

Astolfo ne era certo, aveva sentito raspare. Il rumore proveniva dalla porta. Andò ad aprire.

Nessuno.

Richiuse la porta e diede la colpa alla vodka in eccesso.

Si accucciò di nuovo sul letto, si voltò su un fianco e cercò un motivo per non piangere. Non ci riuscì. Gli mancava incredibilmente Harimi. Pensò intensamente a lei. Aveva passato tutta la sua vita accanto a lui. Sedici anni. Poi quell'incidente...

Astolfo si chiese perché la sorte portava via sempre i migliori.

Cosa sarebbe successo se quel giorno fosse tornato a casa prima dal lavoro? Forse Harimi non sarebbe uscita da sola dal giardino, forse non sarebbe finita sotto quella macchina. Forse sarebbe stata ancora viva.

Come sarebbe andata la sua vita se avesse dato meno valore a quel lavoro nell'alta finanza, che prometteva di fargli guadagnare tanti soldi? Aveva perso Lisa per colpa di quell'inutile lavoro. Lisa voleva un figlio. Lui non si sentiva pronto. Era troppo occupato a inseguire quella promozione...e sua moglie era andata via.

Chiuse gli occhi. Li strinse forte. Gli parve di udire di nuovo un rumore. Più vicino stavolta. Era un uggiolio. Non aveva dubbi. Aprì gli occhi ma non vide nulla. Li richiuse e sentì il naso di Harimi sul suo collo. Umido e caldo. Si commosse. Inspiegabile. Era solo in quella stanza. Eppure, non appena chiudeva gli occhi, sentiva Harimi. La sua cagnolina era con lui.

Astolfo, che fosse opera della sbronza oppure frutto di qualche meraviglioso incantesimo, si sentì come un cucciolo che ritrova la sua mamma.



Lisa suonò a lungo al campanello di quella che per anni era stata la sua casa. Non sentiva Astolfo da anni. E quel messaggio le aveva messo una strana inquietudine. Ma no. Non era per quello che Lisa era lì. Lisa era lì perché Astolfo finalmente le aveva scritto le parole che per anni lei aveva sperato di sentirgli dire.

Ma nessuno andò ad aprire. Lisa non vide neppure la dolce Harimi fare capolino dal cortile. Strano. Molto strano.

Riguardò il messaggio sulla chat di messaggistica istantanea.

Ti ho sempre amata. Sempre.



Possibile che ci fosse stato un errore? No, quel messaggio era proprio per lei. Suonò ancora. Era l'alba. Dove diavolo poteva essere Astolfo, se non a casa sua?

Vide una freccia accanto alle parole del messaggio. Si ricordò che spesso i nuovi smartphone segnavano la posizione esatta di chi scriveva. Tentare non nuoce.

Sì. il satellite lampeggiava in una via non molto lontano dalla sede della società per la quale Astolfo si ostinava a lavorare senza sosta.

Lisa camminò. Camminò a lungo. E non smise di pensare. Il suo cervello sembrava un frullatore che deve ridurre in poltiglia un'infinità di ingredienti. Lavorava senza sosta. Cosa avrebbe detto ad Astolfo, dopo tanti anni? Avrebbe avuto il coraggio di chiedergli scusa per averlo lasciato solo? La loro storia poteva ricominciare? Lisa camminò. Camminò per le vie di una piccola città come tante, che si avviava ad un lento risveglio, dopo una notte che sembrava aver trascorso insonne. L'odore del pane caldo, del caffè, piccole luci che si spengono al primo bagliore pallido mattutino.

Lisa controlla il cellulare. Astolfo non dovrebbe essere lontano. Sempre che sia ancora in quel posto in cui si trovava quando le ha mandato quel messaggio.

Lisa svolta a sinistra, poi a destra e poi ancora a sinistra.

Una corsa lungo una strada praticamente deserta, costellata di locali con le serrande abbassate.

Astolfo è lì. Sul marciapiede di una piccola strada deserta. Una strada qualsiasi di una città qualsiasi. Disteso a terra, con un abito grigio scuro e una valigetta in pelle a pochi passi da lui.

Un uomo qualsiasi, agli occhi di chiunque. Un poveraccio che non ha più nessuno. Un uomo prostrato e inaridito dalla vita.

Per Lisa, invece, quello è l'uomo che l'ha sempre amata. L'amore di una vita, che ora ha perso per sempre. Perché la vita, spesso, è difficile. E gli errori non sempre hanno un rimedio.

Astolfo non tornerà mai più.

In poco tempo arrivano le ambulanze. Ma è tardi.

Lisa, senza forze, accompagna Astolfo in ospedale. Ma Astolfo è ormai altrove. Chissà dove.

Secondo quanto dicono i medici, il cuore di Astolfo non ha retto: un cocktail di farmaci e alcol. Ma Lisa sa che il suo cuore non ha retto a tutti quegli anni di aridità. Non esiste una spiegazione scientifica sensata ad una vita che se ne va. Ad una vita che non resiste.

“Signora, nella tasca dell'abito di suo marito abbiamo trovato questa. Forse lei sa che porta apre questa chiave. La polizia non è riuscita a ricondurla a nulla. Non esiste nessun Mirabel Hotel” un medico le porse una chiave.

Lisa la guardò: era massiccia, dorata. Appesa, un'etichetta metallica: B517/Mirabel Hotel.

Non aveva idea di cosa fosse. Ma si promise che l'avrebbe scoperto. Ci fosse voluta anche una vita intera.



mercoledì 7 maggio 2014

Il Riflessario n.9

On ne voit bien qu'avec le coeur. L'essentiel est invisible pour les yeux *


*Non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi.

La citazione in lingua originale è d'obbligo. In traduzione, si perde qualcosa.


sabato 25 gennaio 2014

Pillole di vita altrui

Spesso mi ritrovo a riflettere su come oggi sia diventato sempre più difficile esprimere per davvero se stessi e di quanto, invece, sia facile fingere di essere ciò che non si è.
Pensate a quante persone ogni giorno pubblicano citazioni e aforismi sui social-network, come status personale o in risposta a stati personali di altre persone.
Quanto tempo sprecato a caricare sul web pensieri altrui, a simboleggiare la nostra vita in pillole di facile consumo.
Schopenhauer, Oscar Wilde, Bukowski i più gettonati. E chi più ne ha più ne metta. Siamo diventati tutti grandi filosofi e grandi letterati con questo FB! Poi, magari, la maggior parte delle persone non sanno neppure da dove vengono fuori le citazioni che sbandierano in questo mondo virtuale.
Spesso mi capita di vedere dediche stratosferiche fra fidanzatini, in un botta e risposta ridicolo di citazioni e aforismi di ogni sorta. E mi chiedo cosa ci sia di bello a parlare con le parole di un altro. Non dico ogni tanto (ogni tanto, infatti, a chiunque capita di rispecchiarsi in una frase celebre, per carità). Ma sempre... E mi chiedo cosa ci sia di bello nel nutrirsi continuamente con queste pillole di saggezza.
Pillole di vita altrui.
Quanto sarebbe più genuino cercare le parole dentro se stessi. Oppure, almeno qualche volta, stare zitti.


domenica 12 gennaio 2014

sabato 28 dicembre 2013

Il Riflessario n.4

Nessuna persona merita le tue lacrime. E se pensi che qualcuno le meriti, di sicuro questo qualcuno non ti farà mai piangere.

lunedì 28 ottobre 2013

A COLPO D'OCCHIO -Il Cacciatore di Aquiloni

Il cacciatore di aquiloni è un libro di quelli che ti entrano dentro e che porti con te per sempre. Magari dimenticherai, col passare degli anni, i nomi dei protagonisti. Ma non potrai mai scordare il fluire impetuoso dei sentimenti che quella lettura ha fatto nascere.
L’amicizia tra Amir e Hassan, così diversi eppure così vicini, sembra dover durare per sempre. Ma la vita, a volte, è più dura di quanto due bambini possano immaginare. La violenza subita da Hassan e soprattutto il senso di colpa che Amir si porterà dentro per anni per non essere riuscito a proteggere il suo amico, per non aver avuto neppure il coraggio di ammettere che la paura l’aveva immobilizzato, sono i protagonisti indiscussi di un romanzo che dà tutto lo spazio possibile ai sentimenti e agli uomini che spesso ne sono vinti.
L’umana natura viene scandagliata sapientemente dalla penna dell’autore, che non ci risparmia la terribile ipocrisia di cui tutti gli uomini sono capaci. Parole che pesano come macigni, pagina dopo pagina, su un lettore che divora la storia senza riuscire mai a saziarsi.
Dimenticate gli stereotipi, i luoghi comuni, i finali scontati. Questo romanzo vi stupirà per il realismo spesso crudo, commovente.
Seguiamo la vicenda con gli occhi di Amir. La sua vita, ora, è in America. Lontano da Kabul. Lontano da quel tragico evento che ha segnato per sempre il destino del suo migliore amico. Ma non solo. Amir vive come se qualcosa in fondo al suo cuore si fosse spezzato, una parte di lui è destinata a rivivere in eterno quel terribile momento in cui lui è rimasto impotente a guardare. E il lettore vive tutto questo disagio con estremo coinvolgimento. Non si arrende all’idea che non ci sia più nulla da fare, prosegue con la lettura, assetato di un riscatto. Che arriva quando Amir parte dall’America e torna a Kabul per ritrovare il figlio di Hassan. Il destino sta dando ad Amir una possibilità per saldare il conto col suo passato.
Kabul non è più quella che Amir ricordava. Ora è una città che piange, devastata dalla guerra. E Amir dovrà affrontare verità difficili, che riaprono vecchie ferite e ne creano di nuove. Forse ancora più profonde.
Il finale lascia al lettore il desiderio di girare ancora pagina, di vedere come finisce davvero la storia. E invece, ancora una volta, Hosseini ci stupisce per il realismo che fa da perno a tutta la storia. Dobbiamo accontentarci di questo finale, e riflettere sul fatto che ogni scelta porta con sé delle conseguenze spesso irrimediabili.

lunedì 13 maggio 2013

Teatro di vita

Seduto sulla poltrona del suo studio, guardava una foto. Stamattina un venditore ambulante al semaforo gli aveva regalato un braccialetto di stoffa colorata. Un braccialetto di quelli che si vendono nelle spiagge. Una volta ne aveva portato per qualche mese uno al polso. Lui l'aveva preso dalle mani scure del venditore ambulante e gli aveva detto: "Mi dai dei fazzoletti?" e aveva comprato per un euro un pacchetto di salviette.
Certe volte si sentiva come dentro ad una parte. Una parte, cioè un ruolo che interpretava da sempre anche con se stesso. Come dire... lui non era davvero lui. Era calato in un ruolo che aveva deciso di interpretare da quando era stato in grado di decidere per sé. E aveva tenuto la stessa maschera per metà della sua vita. L'aveva tenuta sempre, anche quando si guardava allo specchio, da solo. Aveva quella maschera quando beveva una birra con gli amici. Aveva quella maschera quando parlava con i clienti, quando andava al cinema, quando faceva l'amore con una donna, quando portava a passeggio il cane. E adesso iniziava a pesare. C'era da chiedersi com'è che se ne fosse accorto di essere un attore nel teatro della sua esistenza.
Forse l'aveva capito quando aveva ricevuto la partecipazione di nozze di una sua amica. La conosceva da tantissimo tempo. Quando aveva quindici anni erano stati innamorati. Lei aveva qualche anno in meno e lui pensava che quell'amore sarebbe durato per sempre. Succede spesso nell'adolescenza. Poi si cresce. Ed ora lei lo invitava al suo matrimonio. Sarebbe stata una bella cerimonia, in Calabria. Sul mare.
Seduto sulla poltrona del suo studio, guardava una foto. E pensava alla sua vita trascorsa fra una storia d'amore e un'altra. Donne che si susseguivano col ritmo di tre anni per ciascuna. Prima un grande fuoco, poi solo cenere. E una grande sensazione di vuoto. Per molto tempo aveva creduto di non aver ancora trovato la persona giusta. Ma ora iniziava a dubitare di se stesso. Si era raccontato tante di quelle bugie che ora era stanco pure di cercare di inventarne di nuove. Doveva imparare ad accettare quella sua volubilità. Oppure doveva decidere di cambiare. Di rompere la maschera, di abbassare il sipario. E di iniziare a vivere.

mercoledì 27 marzo 2013

Inchiostro su foglio

Tante volte è più la voglia di scrivere che quella di voler raccontare qualcosa. Mi piace prendere una penna, stringerla nella mano sinistra e riempire di parole un foglio bianco. Mi piace impiastrarmi il lato esterno del mignolo, che passa su parole già scritte, ma non ancora asciutte. E allora si macchia di quell'inchiostro nero che riverso sul foglio bianco, senza neppure chiedermi se quello che scrivo sarà di qualche utilità.
Sì, sono convinto che mi piaccia molto di più l'atto di scrivere in sé che non quello di scrivere per raccontare. In effetti, anche ora lo sto facendo. 
In effetti, perché lo sto facendo?
Di certo non per voi. A voi non importa granché di quello che scrivo, e a me non importa granché che voi lo leggiate.
Io scrivo perché mi piace comporre le lettere sulla carta. A volte, così, per gioco, mi alleno a disegnare le lettere in tanti modi diversi.

A A A A

S S S S
m m m m

E vado avanti così per un sacco di tempo.
Alla fine, però, conficco la penna nel portapenne strapieno e accartoccio il foglio, scagliandolo nel cestino.
Perché, non si sa mai, magari anche questi scarabocchi raccontano qualcosa.

domenica 18 novembre 2012

Lacrime riflesse

Se sono giorni che non parlo,
abbasso gli occhi e non ti guardo,
dovresti chiederti il perché.

Se sono mesi che non rido
e che non cerco il tuo sorriso
e se di questo non ne soffri,
dovresti chiederti il perché.

Vedi riflesso nel mio sguardo
il tempo lungo dei silenzi.
Mi manca quello che eravamo.
Soprattutto, però, mi manca quello che avevamo
sognato
e invece non è stato.

Mi mancherà per sempre.

mercoledì 11 luglio 2012

Tutto per lo SHOW!

Il destino di Josephine era stato grottesco fin dal giorno della sua nascita. Figlio di una trapezista e di un domatore di leoni, convinti di aspettare una bambina ("Femmina, sarà una femmina! La forma del pancione parla chiaro!"), il suo nome era stato scelto con largo anticipo: Josephine. E tale era rimasto, anche quando lui aveva smentito tutti i pronostici. E quale ruolo mai avrebbe potuto occupare, all'interno della compagnia circense, uno come lui, un maschio con un nome da femmina?
"Sarà un clown!"
E fu un clown. Faceva divertire i bambini con numeri buffi e travestimenti ancora più buffi.
Tutto per lo SHOW!
Lui li trovava grotteschi e noiosi. E poi, questa cosa che la gente andasse lì a guardarlo e a ridere di lui, non gli era mica mai piaciuta tanto. E, più passava il tempo, più la gente rideva, più in lui cresceva la malinconia. Pesante e grande. Grande come erano grandi le ridicole scarpe che indossava per gli spettacoli. Era un clown maschio con un nome da femmina, con un cuore triste ma con un sorriso dipinto sulla faccia col rossetto rosso fuoco.
Tutto per lo SHOW!
Si accorse pian piano che qualcosa andava maturando in quel suo cuore malinconico. Un progetto nuovo per quella vita grottesca. Un progetto grottesco per una vita nuova. Sì, sì. Più ci pensava, più ne era convinto. Perché no, in fondo?
Erano anche colorate quelle pillole per gli elefanti. Gli avevano sempre detto che erano vitamine. E lui per un po' ci aveva anche creduto. Ma ora non ci credeva. Non credeva più a nulla, Josephine. Quelle pillole lucide e belle, che sembravano tante caramelle...pillole blu, verdi, gialle...pillole viola, rosa, rosse...pillole per tutti i gusti! Per convincere gli elefanti a stare buoni, a fare il loro spettacolo, a non abbandonare il circo, a resistere ancora un po'.
Tutto per lo SHOW!
Quella sera il circo era pieno di bambini. Sottile soddisfazione per Josephine. Avrebbe fatto solo metà del numero. Metà esatta. Non un secondo di più. Non un secondo di meno. Un biglietto per mezzo spettacolo.
Tutto per lo SHOW!
Mezzo spettacolo. Soltanto mezzo spettacolo. Sottile soddisfazione per Josephine.
Tutti ridono. Lui si spruzza un getto d'acqua in faccia. Tutti ridono. La metà dello spettacolo è arrivata. L'acqua sul viso ancora non si è asciugata.
Vede i denti della gente, Josephine.
Tutti ridono!
Ridono!!
RIDONO!!!
E allora Josephine beve. Una pillola blu, una rossa, una rosa, una viola, una gialla, una verde, una blu, una rossa, una rosa, una viola, una gialla, una verde, una blu, una rossa, una rosa, una viola, una gialla...
Glu, glu, glu...
Giù, giù, gù...
Tutto per lo SHOW!
Fino alla fine. Grottesca, come il suo nome da donna sul corpo di un uomo, come il suo sorriso rosso su un viso che piange. Grottesca la sua fine. Come il suo destino.

IL PUNTO DI VISTA- Diceva Achille Bizzoni...

Guardate un po' cosa scriveva nel 1868 Achille Bizzoni, autore scapigliato, in un articolo del "Gazzettino Rosa"...
Vogliamo che si sappia chi comanda; e vogliamo che questi sieno responsabili delle loro azioni: vogliamo che i ladri non vadano al Parlamento; vogliamo che i manutengoli di donne non divengano cavalieri; vogliamo che le cortigiane, amiche di ministri e di grandi personaggi, non possano disporre con un bacio lascivo dei destini dello Stato. Vogliamo insomma che il bordello cessi; e ritorni l'Italia; e se non vi fu mai, si crei.
Non trovate che sia ancora tristemente attuale?

giovedì 5 luglio 2012

Titoli e basta

Quando gli chiedevano che cosa facesse nella vita, Alfredo rispondeva sempre che lui era uno scrittore.
E ci credeva fermamente. E quando, allora, gli chiedevano che cosa avesse scritto, lui citava alcuni titoli che risultavano sconosciuti a tutti. E, il più delle volte, il discorso moriva lì, perché in realtà a nessuno importava davvero che Alfredo fosse uno scrittore. Eppure lui lo era. Pensava addirittura di avere il nome da scrittore. Cosa volesse dire questo, poi, esattamente, non lo sapeva neppure lui. Però pensava che Alfredo fosse un nome adatto. Tutto qui. E poi lui amava scrivere. Adorava proprio il gesto in sé, che caricava di profonda emozione ogni volta. Prendere una penna, con la punta morbida, sottile, in modo che le lettere potessero risultare belle a vedersi, le parole ordinate, le frasi sistemate in bella grafia, disposte sul foglio ordinatamente. Amava scegliere con cura il colore dell'inchiostro. Non sempre nero. Non sempre blu. A volte verde, o rosso. Ogni tanto anche viola, perché no. E poi amava la carta, i fogli sempre diversi per dimensione, grana, colore. Ma sempre a righe. Sempre.
Iniziava dal titolo. E' così che fa uno scrittore. Si comincia sempre dall'inizio. E quindi lui iniziava dal titolo.
Ne aveva tanti di titoli nella sua libreria personale.
  • Non ho nulla da dichiarare.
  • Sto aspettando il tuo ritorno.
  • Ancora nulla da dichiarare.
  • Continuo a scrivere.
  • Penna e calamaio.
  • Foglie d'autunno rigate d'inchiostro.
E così via altri sette o otto. Soltanto che erano solo titoli. Sì, esatto, proprio così. Titoli e basta. Con nulla dentro. Titoli vuoti. E Alfredo non si limitava certo a questo. No, lui era proprio uno scrittore. E uno scrittore il suo libro lo crea.
E allora Alfredo lo creava quel libro. Uno per ogni titolo. Sceglieva il formato, la carta, la copertina, le dimensioni. Tutto, fin nel dettaglio. E costruiva il volume a mano, con una perizia inimmaginabile. Tagliava i fogli tutti uguali, li allineava, li rilegava, li metteva in posa.
"Questo sarà una brossura, questo avrà una copertina cartonata, bella lucida, questo sarà un tascabile..." e così via. E poi, una volta terminato questo lavoro, il libro finiva nello scaffale. Con le sue belle pagine bianche. E con il titolo, naturalmente.
Un giorno, forse, li avrebbe riempiti.
Era uno scrittore lui.

martedì 3 luglio 2012

Cola e Cancan

Non aveva mai pensato di essere una persona semplice. Fin da quando si era posto delle domande su se stesso -non ricordava esattamente quando, ma di sicuro doveva aver iniziato molto presto-, non aveva mai pensato di essere una persona semplice. Avere a che fare con se stesso era sempre stato ingombrante, come convivere con troppe persone in uno spazio infinitamente ristretto per contenerle tutte senza lesinare loro lo spazio vitale.
Decisamente non era una persona semplice. E se lo ripeteva spesso. Spessissimo. Non gli faceva paura questa cosa di sé. Non è mica un male non essere una persona semplice.
"Certo è che, se fossi una persona semplice, probabilmente tutto sarebbe più semplice" si disse, e rise. Non era in sé quella sera. Per questo si ripeteva ancora più spesso del solito lo stesso concetto. E mica si dava noia. Anzi. Gli serviva per schiarirsi le idee. Per chiarire il concetto. Magari, un giorno, gli sarebbe tornato utile avercelo ben chiaro in testa. Chissà, per spiegarlo ad un estraneo. Chissà.
Non era in sé quella sera.
Eppure non aveva bevuto nulla. Una Cola con ghiaccio. E che vuoi che sia. Eppure non era in sé. La testa che vorticava di pensieri. O meglio, i pensieri che vorticavano nella testa, ballando un Cancan dal ritmo folle.
Fece ancora due passi per l'acciottolato deserto, impregnato di quella notte estiva e umida che ricopriva ogni cosa come un lenzuolo dalla trama troppo fitta. Procedeva col naso rivolto al cielo. La conosceva bene quella stradina. Non c'erano ostacoli. Tutt'al più avrebbe potuto dare un calcio a qualche bottiglia di vetro rovesciata lungo il percorso. Guardava le stelle. A guardare le stelle, diceva sempre suo nonno, un tale era caduto in un pozzo ed era morto. Così era morto: col naso per aria. Bé, mica male come modo per morire. Guardando le stelle. Che poi, quello là, era Talete. Non aveva mai pensato che Talete fosse una persona semplice.

IO, IN UNO DEI MIEI LIBRI

"Bèh?" ringhia il mio editore, inondandomi dell’odore intenso di sigaretta.
Ora sì che vorrei essere da un’altra parte. In uno dei miei libri magari, ma certo lontano da qui. Aspettavo questo momento
da un po’. Va bene, diciamo che una parte di me non aspettava altro. Eppure adesso mi piacerebbe fuggire, mollare ogni
cosa. Sembrava tutto molto più semplice qualche settimana fa, quando riversavo su quei fogli bianchi tutto me stesso.
E intanto speravo.
Mi offre una sigaretta, col suo fare sfrontato, sicuro. Inizio a fumare; forse il fumo nasconderà le mie insicurezze.
"Hai perso la lingua? E’ da un po’ che aspetto qualche spiegazione. Me la devi credo…" incalza Giulio, accendendosi la seconda sigaretta.
Qualche spiegazione… non so da dove cominciare. Mi passo una mano fra i capelli, per prendere tempo. Lo guardo e mi sento morire. Ho scritto per settimane, quasi senza sosta. Per lui. Per noi. Basta, devo parlare. Questo non è un libro, è la mia vita.
"Pensavo che fosse tutto chiaro…" dico allora, cercando di apparire tranquillo.
"Pietro, sei fuori?"
"Credevo che avessi capito, che mi avessi compreso…" continuo io, col cuore che batte all’impazzata.
"Che avessi capito?" Giulio si stava alterando "Che avessi capito cosa, esattamente? Ti avevo chiesto una storia per bambini e tu che fai? Mi presenti un romanzetto in cui uno scrittore gay ama alla follia il suo editore? Lo sai, Pietro, mi è sempre piaciuto il tuo piglio, il tuo stile un po’ anticonvenzionale e ti ho sempre lasciato abbastanza libero. Ma ora no. Ora è troppo. Non è quello che volevo".
Mi sento morire. Ho scritto non so quante pagine, ci ho messo dentro ciò che provo in quel “romanzetto”. Erano mesi che volevo farlo. Sputare il rospo. Un rospo per il quale ormai non vivevo più, che era diventato troppo pesante. E lui non ha capito. Non ha capito nulla. Forse dovrei provare sollievo. Invece vorrei avere la forza di parlargli, di dirgli quanto lo amo. Oppure fondermi col foglio, con quel foglio che Giulio tiene fra le mani, quel foglio in cui ho riversato tutti i miei sentimenti per lui. Poi, dopo un tempo che davvero non so definire, lo sento ridere. Quante volte ho sentito quella risata. E l’ho amata.
"Pietro!" mi chiama. Sollevo la testa e lo guardo, ma non dico nulla. Sono decisamente più bravo a scrivere che a parlare.
"Pietro, su col morale! Non ti sto mandando via! Sei un talento e non ti lascerò sfuggire. Perciò ora torna a casa e scrivi quello che ti ho chiesto. Prenditi il tempo che vuoi. Ci risentiamo quando avrai finito".
"D’accordo" faccio io, di rimando.
Poi mi alzo, spengo la sigaretta nel posacenere e saluto. Mi chiudo la porta alle spalle. Non so se mai la riaprirò. E’ pericoloso fondersi col foglio.

martedì 15 maggio 2012

Di notte, in un bar.


Quella notte faceva caldo. Non c’era un’anima per le strade di quella traversa, una viuzza come tante, di una città come tante.
Seduto al tavolino di un bar –un bar come tanti-, avevo finito ormai da un po’ l’ultimo sorso del mio Martini. Osservavo il ghiaccio sciogliersi sul fondo del bicchiere.
Forse avrei dovuto infilare la mano nella tasca dei pantaloni, tirare fuori gli spicci, pagare il conto e andare via. Eppure, continuavo a starmene lì, seduto al tavolino di un bar qualunque in una città qualunque.
Aspettavo. Mi guardavo intorno e aspettavo.
Un rumore distolse da quell’indefinito nulla la mia attenzione.
Dei passi, incerti, rimbombavano nella notte estiva. Vicini. Sempre più vicini. Vidi una sagoma che incedeva incerta verso di me. Un uomo anziano, ma non troppo. Lo vidi e lui vide me. Non ci voleva un grande intuito a capire che era ubriaco. Non so perché, ma catalizzai subito la sua attenzione. Si avvicinò a me, barcollando, e con una voce stonata biascicò:
“Attendi.
E, mentre attendi, capisci che quell’attesa ha cambiato ciò che volevi.
Già.
Ma… cosa volevi? Qualcosa.
Qualcosa, senz’altro, qualcosa…” c’era un che di teatrale in lui. Continuò, sollevando il tono di voce: “Sai dirmi che cosa? Hai perso tempo, ragazzo! hai perso tempo ad aspettare quel qualcosa che non è arrivato e che hai pure dimenticato.”
“Ehi, ma che vuoi?” faccio io. Punto sul vivo? Chissà…
“Non aspettare. Non aspettare mai nulla. Probabilmente non arriverà. Probabilmente non ti servirà”.
Parole di un vecchio ubriaco. Eppure, pagai il conto e tornai a casa.