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domenica 4 gennaio 2015

Stanza B517


B517



Astolfo camminava da ore per le vie di una piccola città come tante, persa nella confusione della notte vigile. Nessuno faceva caso a lui, che aveva dimenticato la via di casa. O, forse, non l'aveva proprio dimenticata. Forse la verità era che Astolfo non trovava un buon motivo per tornare a casa sua. Era solo da troppo tempo. Perfino Harimi l'aveva lasciato. Al pensiero di quel nasino umido, che la dolce cagnetta strofinava sul suo viso tutte le sere, Astolfo sentì un vuoto immenso occupare tutto lo spazio disponibile nel suo cuore.
Immagine presa dal Web

Astolfo non sarebbe tornato a casa, quella notte. Non trovava un motivo per percorrere di nuovo quella via, che fingeva di non ricordare più.

Cammina, cammina, Astolfo finì al Mirabel Hotel. Non ricordava di averlo mai visto quel posto. Eppure era lì, immenso, proprio davanti ai suoi occhi. Sembra nato come un fungo dopo la pioggia. Infilò la porta di vetro dell'hotel. Entrò.

Silenzio.

Astolfo fece qualche passo verso il bancone della reception: una donna, di cui in seguito Astolfo non riuscì mai più a ricordare nulla, gli porse una chiave: “Stanza B517” gli disse con una voce soave.

E l'uomo, senza farsi domande, come preso da un bisogno irrinunciabile, strinse la chiave e si avviò d'istinto verso un ascensore grande, lussuoso, con finiture color dorato. All'interno dell'ascensore, si rese conto di non aver chiesto quale fosse il piano della stanza. Ma quello del Mirabel Hotel non era un ascensore qualsiasi: Astolfo faticò un po' prima di capire che ogni pulsante -ed erano un'infinità- corrispondeva ad una stanza. Con pazienza, cercò il numero della sua. B517. Eccola, finalmente. Un lieve rumore di cavi, sui quali scivolò l'ascensore, e poi un tintinnio. Le porte scorrevoli si ritrassero. Astolfo si trovò di fronte ad un'unica porta, con una targhetta in oro, incisa con smalto rosso: B517.

Tutto era molto bizzarro e insolito. Ma Astolfo era stanco. Davvero stanco. Non aveva voglia di farsi troppe domande. Non aveva voglia di chiedersi il perché di un corridoio con una sola stanza o di un ascensore con infinite destinazioni. Voleva soltanto chiudersi alle spalle quella vita come tante altre, quella città come tante altre, quel malessere che bruciava dentro il suo cuore, come bruciava in quello di tanti altri.

La stanza era sobria. Un letto matrimoniale, due comodini con abate-jour rosa antico, una finestra lunga e stretta, un armadio. La moquette, anche questa rosa antico, attutiva il rumore dei suoi passi.

Astolfo si lasciò cadere sul letto, morbido e profumato di pulito. Meno male. Odiava gli alberghi che non utilizzavano biancheria pulita e profumata per le stanze. Quel piumone bianco immacolato, invece, profumava di lavanda.

Astolfo chiuse gli occhi.

Profumo di lavanda...anche le lenzuola del suo viaggio di nozze con Lisa avevano avuto quel profumo, ventisette anni prima. Astolfo si sentì catapultato indietro nel tempo. In un tempo lontano in cui Lisa gli accarezzava il corpo, desiderosa di lui, dei suoi baci, delle sue attenzioni. Come erano arrivati a quel punto? Era colpa sua. Astolfo lo sapeva. Non poteva biasimarla. Lui l'aveva trascurata. Troppo lavoro, in cerca di un avanzamento di carriera che non era mai arrivato. E che le aveva portato via sua moglie. Lisa ormai non voleva più vederlo. Eppure, lì, in quella stanza B517, Astolfo riuscì a sentirla di nuovo vicina. Forse era colpa di quelle lenzuola morbide, di quel profumo di lavanda. Forse era colpa della sbronza che si era preso circa un'ora prima.



Ti ho sempre amata. Sempre.

Astolfo scrisse queste cinque parole sul display del suo iPhone. Poi inviò il messaggio a Lisa, che come foto del profilo aveva un primo piano del suo dolcissimo viso. Astolfo non volle aspettare una risposta, anche perché temeva che non sarebbe mai arrivata. Spense lo smartphone e lo lasciò sul comodino.

Freddo. Aveva sudato, prima, ed ora aveva freddo. Si tolse a fatica le scarpe lucide ed eleganti che aveva usato per andare in ufficio. Fanculo a quel lavoro. Fanculo a quella carriera rincorsa inutilmente per anni. Alle vacanze a cui aveva rinunciato, all'amore che aveva perso, all'uomo che era diventato.

Astolfo pianse. Come piangeva da bambino. Ma, quando era bambino c'era sua madre ad asciugargli le lacrime. C'era sua madre a stringerlo a sé. Ora era solo. Solo in una stanza anonima con la biancheria che profumava di lavanda.

Un rumore.

Astolfo ne era certo, aveva sentito raspare. Il rumore proveniva dalla porta. Andò ad aprire.

Nessuno.

Richiuse la porta e diede la colpa alla vodka in eccesso.

Si accucciò di nuovo sul letto, si voltò su un fianco e cercò un motivo per non piangere. Non ci riuscì. Gli mancava incredibilmente Harimi. Pensò intensamente a lei. Aveva passato tutta la sua vita accanto a lui. Sedici anni. Poi quell'incidente...

Astolfo si chiese perché la sorte portava via sempre i migliori.

Cosa sarebbe successo se quel giorno fosse tornato a casa prima dal lavoro? Forse Harimi non sarebbe uscita da sola dal giardino, forse non sarebbe finita sotto quella macchina. Forse sarebbe stata ancora viva.

Come sarebbe andata la sua vita se avesse dato meno valore a quel lavoro nell'alta finanza, che prometteva di fargli guadagnare tanti soldi? Aveva perso Lisa per colpa di quell'inutile lavoro. Lisa voleva un figlio. Lui non si sentiva pronto. Era troppo occupato a inseguire quella promozione...e sua moglie era andata via.

Chiuse gli occhi. Li strinse forte. Gli parve di udire di nuovo un rumore. Più vicino stavolta. Era un uggiolio. Non aveva dubbi. Aprì gli occhi ma non vide nulla. Li richiuse e sentì il naso di Harimi sul suo collo. Umido e caldo. Si commosse. Inspiegabile. Era solo in quella stanza. Eppure, non appena chiudeva gli occhi, sentiva Harimi. La sua cagnolina era con lui.

Astolfo, che fosse opera della sbronza oppure frutto di qualche meraviglioso incantesimo, si sentì come un cucciolo che ritrova la sua mamma.



Lisa suonò a lungo al campanello di quella che per anni era stata la sua casa. Non sentiva Astolfo da anni. E quel messaggio le aveva messo una strana inquietudine. Ma no. Non era per quello che Lisa era lì. Lisa era lì perché Astolfo finalmente le aveva scritto le parole che per anni lei aveva sperato di sentirgli dire.

Ma nessuno andò ad aprire. Lisa non vide neppure la dolce Harimi fare capolino dal cortile. Strano. Molto strano.

Riguardò il messaggio sulla chat di messaggistica istantanea.

Ti ho sempre amata. Sempre.



Possibile che ci fosse stato un errore? No, quel messaggio era proprio per lei. Suonò ancora. Era l'alba. Dove diavolo poteva essere Astolfo, se non a casa sua?

Vide una freccia accanto alle parole del messaggio. Si ricordò che spesso i nuovi smartphone segnavano la posizione esatta di chi scriveva. Tentare non nuoce.

Sì. il satellite lampeggiava in una via non molto lontano dalla sede della società per la quale Astolfo si ostinava a lavorare senza sosta.

Lisa camminò. Camminò a lungo. E non smise di pensare. Il suo cervello sembrava un frullatore che deve ridurre in poltiglia un'infinità di ingredienti. Lavorava senza sosta. Cosa avrebbe detto ad Astolfo, dopo tanti anni? Avrebbe avuto il coraggio di chiedergli scusa per averlo lasciato solo? La loro storia poteva ricominciare? Lisa camminò. Camminò per le vie di una piccola città come tante, che si avviava ad un lento risveglio, dopo una notte che sembrava aver trascorso insonne. L'odore del pane caldo, del caffè, piccole luci che si spengono al primo bagliore pallido mattutino.

Lisa controlla il cellulare. Astolfo non dovrebbe essere lontano. Sempre che sia ancora in quel posto in cui si trovava quando le ha mandato quel messaggio.

Lisa svolta a sinistra, poi a destra e poi ancora a sinistra.

Una corsa lungo una strada praticamente deserta, costellata di locali con le serrande abbassate.

Astolfo è lì. Sul marciapiede di una piccola strada deserta. Una strada qualsiasi di una città qualsiasi. Disteso a terra, con un abito grigio scuro e una valigetta in pelle a pochi passi da lui.

Un uomo qualsiasi, agli occhi di chiunque. Un poveraccio che non ha più nessuno. Un uomo prostrato e inaridito dalla vita.

Per Lisa, invece, quello è l'uomo che l'ha sempre amata. L'amore di una vita, che ora ha perso per sempre. Perché la vita, spesso, è difficile. E gli errori non sempre hanno un rimedio.

Astolfo non tornerà mai più.

In poco tempo arrivano le ambulanze. Ma è tardi.

Lisa, senza forze, accompagna Astolfo in ospedale. Ma Astolfo è ormai altrove. Chissà dove.

Secondo quanto dicono i medici, il cuore di Astolfo non ha retto: un cocktail di farmaci e alcol. Ma Lisa sa che il suo cuore non ha retto a tutti quegli anni di aridità. Non esiste una spiegazione scientifica sensata ad una vita che se ne va. Ad una vita che non resiste.

“Signora, nella tasca dell'abito di suo marito abbiamo trovato questa. Forse lei sa che porta apre questa chiave. La polizia non è riuscita a ricondurla a nulla. Non esiste nessun Mirabel Hotel” un medico le porse una chiave.

Lisa la guardò: era massiccia, dorata. Appesa, un'etichetta metallica: B517/Mirabel Hotel.

Non aveva idea di cosa fosse. Ma si promise che l'avrebbe scoperto. Ci fosse voluta anche una vita intera.



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