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giovedì 14 febbraio 2013

martedì 5 febbraio 2013

Tengo banco

Era da dodici anni e tre mesi che faceva quel lavoro. In realtà non lo considerava proprio un lavoro, ma una passione. O una vocazione mancata. Avrebbe sempre voluto studiare. Antropologia o psicologia. E invece non l'aveva mai fatto. Perché...no, non c'era un perché in effetti. C'era solo una lunga lista di scuse, a cui neppure lui aveva mai creduto. Se le raccontava per placare quel fastidioso mal di stomaco che lo attanagliava, il più delle volte durante la notte, prima di piombare in un sonno angoscioso e tormentato. È da dodici anni e tre mesi che tengo banco, si diceva. Tengo banco in questo posto radical-chic. E mi piace. Lo diceva anche agli altri, non solo a se stesso. E, con "tengo banco", non intendeva soltanto che si occupava di servire al banco del bar. Intendeva proprio che lui era l'anima di quel posto. Nessun altro barista avrebbe saputo tenere quel banco come lo teneva lui. Molte donne entravano e prendevano qualcosa al banco, solo perché c'era lui. Amavano come lo lucidava, come riempiva i bicchieri, perfino come faceva cadere in quei misteriosi liquidi alcolici due o tre cubetti di ghiaccio trasparente. Lo leggeva nei loro occhi, nelle movenze che diventavano improvvisamente sensuali, per attirare i suoi sguardi. E lui si divertiva ad osservare i clienti. A scoprire chi erano, da piccoli ma significativi segnali. A indovinare ciò che cercavano da lui, dal mondo, da quella serata passata al bancone di un locale radical-chic. Aveva un sesto senso. Riusciva sempre a dire quello che gli altri avevano voglia di sentirsi dire. Faceva quel lavoro da dodici anni e tre mesi. E si sentiva un po' antropologo e un po' psicologo. A volte anche un po' mago. Che poi fosse definito semplicemente come "il ragazzo del banco", bèh, non gli importava più.