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martedì 15 maggio 2012

Di notte, in un bar.


Quella notte faceva caldo. Non c’era un’anima per le strade di quella traversa, una viuzza come tante, di una città come tante.
Seduto al tavolino di un bar –un bar come tanti-, avevo finito ormai da un po’ l’ultimo sorso del mio Martini. Osservavo il ghiaccio sciogliersi sul fondo del bicchiere.
Forse avrei dovuto infilare la mano nella tasca dei pantaloni, tirare fuori gli spicci, pagare il conto e andare via. Eppure, continuavo a starmene lì, seduto al tavolino di un bar qualunque in una città qualunque.
Aspettavo. Mi guardavo intorno e aspettavo.
Un rumore distolse da quell’indefinito nulla la mia attenzione.
Dei passi, incerti, rimbombavano nella notte estiva. Vicini. Sempre più vicini. Vidi una sagoma che incedeva incerta verso di me. Un uomo anziano, ma non troppo. Lo vidi e lui vide me. Non ci voleva un grande intuito a capire che era ubriaco. Non so perché, ma catalizzai subito la sua attenzione. Si avvicinò a me, barcollando, e con una voce stonata biascicò:
“Attendi.
E, mentre attendi, capisci che quell’attesa ha cambiato ciò che volevi.
Già.
Ma… cosa volevi? Qualcosa.
Qualcosa, senz’altro, qualcosa…” c’era un che di teatrale in lui. Continuò, sollevando il tono di voce: “Sai dirmi che cosa? Hai perso tempo, ragazzo! hai perso tempo ad aspettare quel qualcosa che non è arrivato e che hai pure dimenticato.”
“Ehi, ma che vuoi?” faccio io. Punto sul vivo? Chissà…
“Non aspettare. Non aspettare mai nulla. Probabilmente non arriverà. Probabilmente non ti servirà”.
Parole di un vecchio ubriaco. Eppure, pagai il conto e tornai a casa.

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