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domenica 7 febbraio 2016

Piccoli Brividi

Cari lettori,
da poco ho visto che sta per uscire al cinema (o forse è già uscito) un film ispirato alla famosissima serie Piccoli Brividi di R. L. Stine.
Mi sono tornate in mente le estati passate a leggere questi libri per ragazzi, senza riuscire a staccare gli occhi dalle pagine con quel profilo verde così accattivante. Ne ho letti tantissimi e ancora li conservo tutti.
Era una vera e propria droga per me. E adoravo il fatto che il finale fosse sempre aperto, che non ci fosse mai il lieto fine.
Avevo contagiato anche mia madre nella lettura di questi piccoli horror.
E voi che esperienza avete con i Piccoli Brividi? Li avete mai letti?
Vi mostro parte della mia collezione. Li custodisco con estrema cura.

Una parte della mia collezione

sabato 2 marzo 2013

Strana avventura

All'inizio non è stato facile. Per nulla facile. Mi sono svegliata e non ricordavo come fossi finita in quel posto buio e maleodorante. C'era odore di disinfettante dappertutto. E, soprattutto, io ero in gabbia! Una gabbia di dimensioni sufficienti giusto a farmi fare qualche giro su me stessa. Cercai di ricordare quale fosse l'ultima cosa che avevo visto. Ricordavo il viso sconosciuto di un uomo. Poi nient'altro. Più mi sforzavo e meno ricordavo. Mi sentivo strana. Fisicamente strana e spossata. Era come se mi mancasse qualcosa. O forse, piuttosto, come se avessi in me qualcosa che non mi apparteneva. Non avevo fame. Soltanto un fastidioso senso di freddo alla testa, come se qualcuno mi soffiasse aria fredda addosso. Iniziai ad agitarmi. Sentivo dei latrati attorno a me. Non mi erano mai piaciuti troppo i cani, anche se con alcuni si poteva anche instaurare un rapporto civile.
Poi, finalmente, dopo un tempo indeterminato, qualcuno aprì una porta e un fascio di luce mi raggiunse:
"Ehi, piccolina! Vieni con me, stai buona..." quell'uomo sconosciuto, quello che avevo visto prima di cadere in quel buio senza ricordi mi parlava. Mi condusse fuori da quello stanzino maleodorante e mi depositò su un tavolo metallico.
Fu allora che, finalmente, vidi una faccia amica.
"Miaooo!"
"Neera! Bella...fra poco si torna a casa! Sei felice?".
Ma io non la ascoltavo. Volevo solo andare via da lì, mettermi a correre all'aria aperta.
"Miao! Miaoo! Miaooo" e giravo su me stessa, ancora chiusa in quella gabbietta.
"Shhh...stai buona! Adesso andiamo. Grazie, dottore. Arrivederci!". Mi sentii sollevare dal tavolo metallico.  Poi venni caricata in macchina. Poco dopo, ero di nuovo in un ambiente familiare.
Una cosa, però, non era affatto familiare: mi veniva difficile camminare come un tempo. Mi sembrava di perdere l'equilibrio e sentivo la testa strana. Poi, più tardi, compresi: la mia immagine, riflessa al vetro della porta di casa, non era più la stessa! Non avevo più le orecchie! Ecco cos'era quella strana sensazione!
Certo, è vero, ultimamente mi stavano dando qualche problema: facevano prurito, poi sanguinavano, poi dolore, poi di nuovo prurito! Ora, invece, sentivo solo un leggero fastidio. Questione di abitudine, mi dissi.
Dopo qualche giorno, mi osservai di nuovo.
Bèh, non sono niente male!

giovedì 2 agosto 2012

Stanotte voglio scrivere

Voglio scrivere stanotte
versi tristi
in cui specchiarmi.
Versi tristri
in cui un cielo così stellato avrebbe paura
a tuffarsi.

Voglio scrivere stanotte
versi amari
da indossare.
Versi amari
come un abito che ha perso
colore.

Voglio scrivere stanotte
versi bui,
da non vedersi neppure domani,
quando sorgerà finalmente
il Sole.

martedì 3 luglio 2012

Cola e Cancan

Non aveva mai pensato di essere una persona semplice. Fin da quando si era posto delle domande su se stesso -non ricordava esattamente quando, ma di sicuro doveva aver iniziato molto presto-, non aveva mai pensato di essere una persona semplice. Avere a che fare con se stesso era sempre stato ingombrante, come convivere con troppe persone in uno spazio infinitamente ristretto per contenerle tutte senza lesinare loro lo spazio vitale.
Decisamente non era una persona semplice. E se lo ripeteva spesso. Spessissimo. Non gli faceva paura questa cosa di sé. Non è mica un male non essere una persona semplice.
"Certo è che, se fossi una persona semplice, probabilmente tutto sarebbe più semplice" si disse, e rise. Non era in sé quella sera. Per questo si ripeteva ancora più spesso del solito lo stesso concetto. E mica si dava noia. Anzi. Gli serviva per schiarirsi le idee. Per chiarire il concetto. Magari, un giorno, gli sarebbe tornato utile avercelo ben chiaro in testa. Chissà, per spiegarlo ad un estraneo. Chissà.
Non era in sé quella sera.
Eppure non aveva bevuto nulla. Una Cola con ghiaccio. E che vuoi che sia. Eppure non era in sé. La testa che vorticava di pensieri. O meglio, i pensieri che vorticavano nella testa, ballando un Cancan dal ritmo folle.
Fece ancora due passi per l'acciottolato deserto, impregnato di quella notte estiva e umida che ricopriva ogni cosa come un lenzuolo dalla trama troppo fitta. Procedeva col naso rivolto al cielo. La conosceva bene quella stradina. Non c'erano ostacoli. Tutt'al più avrebbe potuto dare un calcio a qualche bottiglia di vetro rovesciata lungo il percorso. Guardava le stelle. A guardare le stelle, diceva sempre suo nonno, un tale era caduto in un pozzo ed era morto. Così era morto: col naso per aria. Bé, mica male come modo per morire. Guardando le stelle. Che poi, quello là, era Talete. Non aveva mai pensato che Talete fosse una persona semplice.

martedì 15 maggio 2012

Di notte, in un bar.


Quella notte faceva caldo. Non c’era un’anima per le strade di quella traversa, una viuzza come tante, di una città come tante.
Seduto al tavolino di un bar –un bar come tanti-, avevo finito ormai da un po’ l’ultimo sorso del mio Martini. Osservavo il ghiaccio sciogliersi sul fondo del bicchiere.
Forse avrei dovuto infilare la mano nella tasca dei pantaloni, tirare fuori gli spicci, pagare il conto e andare via. Eppure, continuavo a starmene lì, seduto al tavolino di un bar qualunque in una città qualunque.
Aspettavo. Mi guardavo intorno e aspettavo.
Un rumore distolse da quell’indefinito nulla la mia attenzione.
Dei passi, incerti, rimbombavano nella notte estiva. Vicini. Sempre più vicini. Vidi una sagoma che incedeva incerta verso di me. Un uomo anziano, ma non troppo. Lo vidi e lui vide me. Non ci voleva un grande intuito a capire che era ubriaco. Non so perché, ma catalizzai subito la sua attenzione. Si avvicinò a me, barcollando, e con una voce stonata biascicò:
“Attendi.
E, mentre attendi, capisci che quell’attesa ha cambiato ciò che volevi.
Già.
Ma… cosa volevi? Qualcosa.
Qualcosa, senz’altro, qualcosa…” c’era un che di teatrale in lui. Continuò, sollevando il tono di voce: “Sai dirmi che cosa? Hai perso tempo, ragazzo! hai perso tempo ad aspettare quel qualcosa che non è arrivato e che hai pure dimenticato.”
“Ehi, ma che vuoi?” faccio io. Punto sul vivo? Chissà…
“Non aspettare. Non aspettare mai nulla. Probabilmente non arriverà. Probabilmente non ti servirà”.
Parole di un vecchio ubriaco. Eppure, pagai il conto e tornai a casa.