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domenica 9 agosto 2015

Il Riflessario N.13

Scrive Massimo Bisotti:

“Le cose le lasci andare per tantissimi motivi, non soltanto perché un sentimento muore, le lasci andare per la tua inadeguatezza, per codardia. Le lasci andare per insicurezza, per paura di rischiareancora, o per non affrontare la fatica che comporta lo scendere a compromessi con la parte più rigida di noi.”

Non sono del tutto d'accordo. Le cose che lasci andare, le lasci andare perché evidentemente ne puoi fare a meno. Perché evidentemente non si sono ancorate nella parte più profonda di te.

lunedì 18 maggio 2015

Forza Zorba

Credo che uno dei momenti in cui è possibile scorgere l'Amore vero abitare i miei occhi sia quando guardo il mio gatto.

Per te, piccolo Zorba. Perché ti amiamo di un amore infinito e incondizionato. Perché sei ancora un cucciolo, perché non ti devi arrendere. Perché non ci devi lasciare soli, non ancora. Perché la tua vita è piena di tutte le cose che ancora devi fare.
Per te, piccolo Zorba. Resisti. Sii forte.
A domani. Perché domani ancora ci sarai. E sarai pronto per tornare a casa e goderti tutto l'amore che abbiamo da darti. E che tu hai da darci.

giovedì 26 giugno 2014

L'italiano

Cari lettori,
ieri non è stato facile evitare le notizie sui mondiali di calcio, né sulla sconfitta dell'Italia e tutte le reazioni che si sono succedute. Si è parlato tanto (forse troppo?) del Tweet di Balotelli, così, incuriosita, sono andata a leggerlo.
Nulla da dire sul messaggio che il calciatore ha voluto mandare, ma mi sono inevitabilmente balzati all'occhio gli errori ortografici. Lo so, sono fissata con queste cose. Ahimè, non riesco a correggermi. Così ho pensato di dedicare questo post alla riscrittura grammaticalmente corretta dell'ormai celebre Tweet.

Sono Mario Balotelli ho 23 anni e non ho scelto di essere italiano. L' ho voluto fortemente perché sono nato in ITALIA e ho sempre vissuto in ITALIA. Ci tenevo fortemente a questo mondiale e sono triste, arrabbiato, deluso con (deluso da) me stesso. Si (il Sì affermativo vuole la ì accentata, altrimenti è un si riflessivo) magari potevo fare gol con la Costa Rica, avete ragione, ma poi? Qual è (non Qual'è!) il problema? Forse quello che vorreste dire tutti è questo? La colpa non la faccio scaricare a me solo questa volta perché Mario Balotelli ha dato tutto per la nazionale e non ha sbagliato niente (a livello caratteriale) quindi cercate un'altra scusa perché Mario Balotelli ha la coscienza a posto ed è pronto ad andare avanti più forte di prima e con la testa alta. Fiero di aver dato tutto per il Suo paese. O forse, come dite voi, non sono italiano. Gli africani non scaricherebbero mai un loro "fratello". MAI. In questo noi negri, come ci chiamate voi, siamo anni luce avanti.
VERGOGNA non è chi può sbagliare un gol o correre di meno o di più.
VERGOGNOSE SONO QUESTE COSE. Italiani veri! Vero?
 
 
Ecco, ora il Tweet di Balo è a posto anche grammaticalmente.
-Fine della mia mania correttiva.-

giovedì 5 giugno 2014

Il gatto Rafiki


Rafiki era una parola strana. Ma ormai avevo capito che a quel suono corrispondeva una buona razione di cibo. E anche di coccole. Sicché, ogni volta che quell'uomo pronunciava la parola Rafiki, io correvo verso di lui. E lui sembrava contento: “Conosce il suo nome!” diceva fiero agli amici. Era un animale strano. Diceva di chiamarsi Armando. Non era un gatto, anche se i baffi li aveva, e pure belli lunghi. Certe volte amava definirsi il mio padrone. In quei casi io mi rotolavo a terra, divertito. I gatti non hanno padroni. Noi gatti siamo liberi. Nessun padrone. Soltanto a-mici.

lunedì 17 febbraio 2014

Un'attesa lunga lunga

Non li conto più i giorni trascorsi senza te. Sono tanti. Soprattutto sono lunghi. Ti aspetto ancora, ma ogni notte, quando al calar del sole non sei qui a reclamare la cena, la mia speranza di avere ancora il tuo amore si assottiglia ancora un po' di più.
Era una mattina di settembre di dodici anni fa. Una mattina calda, ancora estiva, come è sempre settembre qui in Sardegna. Tu sei arrivata dal nulla nel mio giardino. Me lo ricordo, sai, il tuo musetto bianco e spaurito, ma già carico di dolcezza. Qualcuno ti aveva abbandonata, e sul collo il pelo scompigliato rivelava ancora la presenza di un collare. Forse questo qualcuno, accortosi che eri una femminuccia, ha voluto liberarsi di te. Bene, io oggi voglio dirgli grazie. Grazie, perché mi ha donato la creatura migliore che potessi immaginare di avere accanto.
Una gattina piccola, completamente bianca, con un temperamento a volte un po' troppo forte e grandi doti da cacciatrice. Ti ricordi, Neera, quanti topolini hanno temuto di trovarsi fra le tue grinfie? Mi ricordo la dolcezza dei tuoi gesti, il tuo bisogno di non sentirti mai sola. Mi ricordo la tua forza nei momenti difficili del parto, quando la vita ti ha riservato la sofferenza di perdere alcuni dei tuoi figli. Soprattutto mi ricordo la forza che, in tutti questi anni, sei riuscita a trasmettere a me. Quando tutto girava storto, e solo la tua presenza riusciva a strapparmi un sorriso. Ricordo anche i graffi: ahi, che male. Adesso, però, anche quelli mi fanno sorridere. Perché è proprio questo che amo di te: il carattere forte, tutto pepe, e contemporaneamente estremamente dolce. In questo ci somigliamo, piccola mia. Ti aspetto, mia piccola Ciccicocchi senza orecchie. Fatti trovare, abbiamo ancora un sacco di cose da fare insieme. Le giornate piangono il vuoto che lascia la tua assenza.

domenica 12 gennaio 2014

sabato 28 dicembre 2013

Il Riflessario n.4

Nessuna persona merita le tue lacrime. E se pensi che qualcuno le meriti, di sicuro questo qualcuno non ti farà mai piangere.

martedì 24 dicembre 2013

Il magico Natale

                                              Il magico Natale - Gianni Rodari

                                         S'io fossi il mago di Natale
                                     farei spuntare un albero di Natale
in ogni casa, in ogni appartamento
dalle piastrelle del pavimento,
ma non l'alberello finto,
di plastica, dipinto
che vendono adesso all'Upim:
un vero abete, un pino di montagna,
con un po' di vento vero
impigliato tra i rami,
che mandi profumo di resina
in tutte le camere,
e sui rami i magici frutti: regali per tutti.
Poi con la mia bacchetta me ne andrei
a fare magie
per tutte le vie.

In via Nazionale
farei crescere un albero di Natale
carico di bambole
d'ogni qualità,
che chiudono gli occhi
e chiamano papà,
camminano da sole,
ballano il rock and'roll
e fanno le capriole.
Chi le vuole, le prende:
gratis, s'intende.

In piazza San Cosimato
faccio crescere l'albero
del cioccolato;
in via del Tritone
l'albero del panettone
in viale Buozzi
l'albero dei maritozzi,
e in largo di Santa Susanna
quello dei maritozzi con la panna.

Continuiamo la passeggiata?
La magia è appena cominciata:
dobbiamo scegliere il posto
all'albero dei trenini:
va bene piazza Mazzini?
Quello degli aeroplani
lo faccio in via dei Campani.
Ogni strada avrà un albero speciale
e il giorno di Natale
i bimbi faranno
il giro di Roma
a prendersi quel che vorranno.
Per ogni giocattolo
colto dal suo ramo
ne spunterà un altro
dello stesso modello
o anche più bello.
Per i grandi invece ci sarà
magari in via Condotti
l'albero delle scarpe e dei cappotti.
Tutto questo farei se fossi un mago.
Però non lo sono
che posso fare?
Non ho che auguri da regalare:
di auguri ne ho tanti,
scegliete quelli che volete,
prendeteli tutti quanti.


lunedì 28 ottobre 2013

A COLPO D'OCCHIO -Il Cacciatore di Aquiloni

Il cacciatore di aquiloni è un libro di quelli che ti entrano dentro e che porti con te per sempre. Magari dimenticherai, col passare degli anni, i nomi dei protagonisti. Ma non potrai mai scordare il fluire impetuoso dei sentimenti che quella lettura ha fatto nascere.
L’amicizia tra Amir e Hassan, così diversi eppure così vicini, sembra dover durare per sempre. Ma la vita, a volte, è più dura di quanto due bambini possano immaginare. La violenza subita da Hassan e soprattutto il senso di colpa che Amir si porterà dentro per anni per non essere riuscito a proteggere il suo amico, per non aver avuto neppure il coraggio di ammettere che la paura l’aveva immobilizzato, sono i protagonisti indiscussi di un romanzo che dà tutto lo spazio possibile ai sentimenti e agli uomini che spesso ne sono vinti.
L’umana natura viene scandagliata sapientemente dalla penna dell’autore, che non ci risparmia la terribile ipocrisia di cui tutti gli uomini sono capaci. Parole che pesano come macigni, pagina dopo pagina, su un lettore che divora la storia senza riuscire mai a saziarsi.
Dimenticate gli stereotipi, i luoghi comuni, i finali scontati. Questo romanzo vi stupirà per il realismo spesso crudo, commovente.
Seguiamo la vicenda con gli occhi di Amir. La sua vita, ora, è in America. Lontano da Kabul. Lontano da quel tragico evento che ha segnato per sempre il destino del suo migliore amico. Ma non solo. Amir vive come se qualcosa in fondo al suo cuore si fosse spezzato, una parte di lui è destinata a rivivere in eterno quel terribile momento in cui lui è rimasto impotente a guardare. E il lettore vive tutto questo disagio con estremo coinvolgimento. Non si arrende all’idea che non ci sia più nulla da fare, prosegue con la lettura, assetato di un riscatto. Che arriva quando Amir parte dall’America e torna a Kabul per ritrovare il figlio di Hassan. Il destino sta dando ad Amir una possibilità per saldare il conto col suo passato.
Kabul non è più quella che Amir ricordava. Ora è una città che piange, devastata dalla guerra. E Amir dovrà affrontare verità difficili, che riaprono vecchie ferite e ne creano di nuove. Forse ancora più profonde.
Il finale lascia al lettore il desiderio di girare ancora pagina, di vedere come finisce davvero la storia. E invece, ancora una volta, Hosseini ci stupisce per il realismo che fa da perno a tutta la storia. Dobbiamo accontentarci di questo finale, e riflettere sul fatto che ogni scelta porta con sé delle conseguenze spesso irrimediabili.

venerdì 11 ottobre 2013

A COLPO D'OCCHIO -Il diario di velluto cremisi


Il diario di velluto cremisi di Sarah Jio.

Una inizio come tanti, un titolo un po’ troppo lungo, un ritmo subito incalzante.
Sono questi i tratti salienti di un libro che affascina e coinvolge il lettore parola dopo parola, pagina dopo pagina. Fino alla fine. La curiosità scorre veloce attraverso una penna fluida e una storia incredibile. Di quelle che fanno battere il cuore, di quelle che si vorrebbe fossero vere. E poco importa se, alla fine, la trama si sviluppa su un intreccio inverosimile. Ciò che conta davvero, infatti, è quanto Sarah Jio –e con lei tutti i suoi fantastici personaggi- sia stata in grado di rapirci, portarci via da una quotidianità spesso troppo grigia, e farci emozionare, commuovere, sognare. Protagonista indiscusso di tutto il libro: l’amore. Quello che fa soffrire, sperare, vivere.



lunedì 13 maggio 2013

Teatro di vita

Seduto sulla poltrona del suo studio, guardava una foto. Stamattina un venditore ambulante al semaforo gli aveva regalato un braccialetto di stoffa colorata. Un braccialetto di quelli che si vendono nelle spiagge. Una volta ne aveva portato per qualche mese uno al polso. Lui l'aveva preso dalle mani scure del venditore ambulante e gli aveva detto: "Mi dai dei fazzoletti?" e aveva comprato per un euro un pacchetto di salviette.
Certe volte si sentiva come dentro ad una parte. Una parte, cioè un ruolo che interpretava da sempre anche con se stesso. Come dire... lui non era davvero lui. Era calato in un ruolo che aveva deciso di interpretare da quando era stato in grado di decidere per sé. E aveva tenuto la stessa maschera per metà della sua vita. L'aveva tenuta sempre, anche quando si guardava allo specchio, da solo. Aveva quella maschera quando beveva una birra con gli amici. Aveva quella maschera quando parlava con i clienti, quando andava al cinema, quando faceva l'amore con una donna, quando portava a passeggio il cane. E adesso iniziava a pesare. C'era da chiedersi com'è che se ne fosse accorto di essere un attore nel teatro della sua esistenza.
Forse l'aveva capito quando aveva ricevuto la partecipazione di nozze di una sua amica. La conosceva da tantissimo tempo. Quando aveva quindici anni erano stati innamorati. Lei aveva qualche anno in meno e lui pensava che quell'amore sarebbe durato per sempre. Succede spesso nell'adolescenza. Poi si cresce. Ed ora lei lo invitava al suo matrimonio. Sarebbe stata una bella cerimonia, in Calabria. Sul mare.
Seduto sulla poltrona del suo studio, guardava una foto. E pensava alla sua vita trascorsa fra una storia d'amore e un'altra. Donne che si susseguivano col ritmo di tre anni per ciascuna. Prima un grande fuoco, poi solo cenere. E una grande sensazione di vuoto. Per molto tempo aveva creduto di non aver ancora trovato la persona giusta. Ma ora iniziava a dubitare di se stesso. Si era raccontato tante di quelle bugie che ora era stanco pure di cercare di inventarne di nuove. Doveva imparare ad accettare quella sua volubilità. Oppure doveva decidere di cambiare. Di rompere la maschera, di abbassare il sipario. E di iniziare a vivere.

mercoledì 27 marzo 2013

Inchiostro su foglio

Tante volte è più la voglia di scrivere che quella di voler raccontare qualcosa. Mi piace prendere una penna, stringerla nella mano sinistra e riempire di parole un foglio bianco. Mi piace impiastrarmi il lato esterno del mignolo, che passa su parole già scritte, ma non ancora asciutte. E allora si macchia di quell'inchiostro nero che riverso sul foglio bianco, senza neppure chiedermi se quello che scrivo sarà di qualche utilità.
Sì, sono convinto che mi piaccia molto di più l'atto di scrivere in sé che non quello di scrivere per raccontare. In effetti, anche ora lo sto facendo. 
In effetti, perché lo sto facendo?
Di certo non per voi. A voi non importa granché di quello che scrivo, e a me non importa granché che voi lo leggiate.
Io scrivo perché mi piace comporre le lettere sulla carta. A volte, così, per gioco, mi alleno a disegnare le lettere in tanti modi diversi.

A A A A

S S S S
m m m m

E vado avanti così per un sacco di tempo.
Alla fine, però, conficco la penna nel portapenne strapieno e accartoccio il foglio, scagliandolo nel cestino.
Perché, non si sa mai, magari anche questi scarabocchi raccontano qualcosa.

sabato 2 marzo 2013

Strana avventura

All'inizio non è stato facile. Per nulla facile. Mi sono svegliata e non ricordavo come fossi finita in quel posto buio e maleodorante. C'era odore di disinfettante dappertutto. E, soprattutto, io ero in gabbia! Una gabbia di dimensioni sufficienti giusto a farmi fare qualche giro su me stessa. Cercai di ricordare quale fosse l'ultima cosa che avevo visto. Ricordavo il viso sconosciuto di un uomo. Poi nient'altro. Più mi sforzavo e meno ricordavo. Mi sentivo strana. Fisicamente strana e spossata. Era come se mi mancasse qualcosa. O forse, piuttosto, come se avessi in me qualcosa che non mi apparteneva. Non avevo fame. Soltanto un fastidioso senso di freddo alla testa, come se qualcuno mi soffiasse aria fredda addosso. Iniziai ad agitarmi. Sentivo dei latrati attorno a me. Non mi erano mai piaciuti troppo i cani, anche se con alcuni si poteva anche instaurare un rapporto civile.
Poi, finalmente, dopo un tempo indeterminato, qualcuno aprì una porta e un fascio di luce mi raggiunse:
"Ehi, piccolina! Vieni con me, stai buona..." quell'uomo sconosciuto, quello che avevo visto prima di cadere in quel buio senza ricordi mi parlava. Mi condusse fuori da quello stanzino maleodorante e mi depositò su un tavolo metallico.
Fu allora che, finalmente, vidi una faccia amica.
"Miaooo!"
"Neera! Bella...fra poco si torna a casa! Sei felice?".
Ma io non la ascoltavo. Volevo solo andare via da lì, mettermi a correre all'aria aperta.
"Miao! Miaoo! Miaooo" e giravo su me stessa, ancora chiusa in quella gabbietta.
"Shhh...stai buona! Adesso andiamo. Grazie, dottore. Arrivederci!". Mi sentii sollevare dal tavolo metallico.  Poi venni caricata in macchina. Poco dopo, ero di nuovo in un ambiente familiare.
Una cosa, però, non era affatto familiare: mi veniva difficile camminare come un tempo. Mi sembrava di perdere l'equilibrio e sentivo la testa strana. Poi, più tardi, compresi: la mia immagine, riflessa al vetro della porta di casa, non era più la stessa! Non avevo più le orecchie! Ecco cos'era quella strana sensazione!
Certo, è vero, ultimamente mi stavano dando qualche problema: facevano prurito, poi sanguinavano, poi dolore, poi di nuovo prurito! Ora, invece, sentivo solo un leggero fastidio. Questione di abitudine, mi dissi.
Dopo qualche giorno, mi osservai di nuovo.
Bèh, non sono niente male!

domenica 18 novembre 2012

Lacrime riflesse

Se sono giorni che non parlo,
abbasso gli occhi e non ti guardo,
dovresti chiederti il perché.

Se sono mesi che non rido
e che non cerco il tuo sorriso
e se di questo non ne soffri,
dovresti chiederti il perché.

Vedi riflesso nel mio sguardo
il tempo lungo dei silenzi.
Mi manca quello che eravamo.
Soprattutto, però, mi manca quello che avevamo
sognato
e invece non è stato.

Mi mancherà per sempre.

lunedì 29 ottobre 2012

Il tempo di un attimo

Non era facile starsene lì a guardare senza fare nulla. Non è mai facile non poter agire. Forse è la cosa più difficile del mondo. Perché, quando puoi fare qualcosa, magari sbagli, è vero, ma almeno ci hai provato. Ed è questo che ti puoi raccontare: che ci hai provato. Quando, invece, non puoi fare nulla, allora sì che le cose si complicano. E rimani a marcire con te stesso. Puoi solo aspettare. Niente azione. Solo attesa. E l'attesa uccide chiunque.
Era difficile starsene lì a guardare senza fare nulla. Era difficile non poter agire. Aspettare un cambiamento ma non poterlo provocare. Eppure qualcosa si può sempre fare. Era questo che suo padre gli aveva sempre ripetuto, fino alla morte. Suo padre, però, non era un bell'esempio. Suo padre era morto suicida. Bèh, non si poteva certo dire di lui che fosse rimasto fermo a guardare senza fare nulla. Lui una cosa l'aveva fatta eccome. Aveva deciso di porre fine alla sua vita. E aveva deciso lui il come e il quando. Aveva agito, dunque. In accordo con la sua idea che "qualcosa si può sempre fare", anche decidere di non fare mai più nulla. Anche decidere di togliersi per sempre la possibilità di fare tutto.
Era impossibile stare lì a guardare senza fare nulla. Era impossibile non poter agire.
Marco decise allora che avrebbe agito. Avrebbe provocato lui un cambiamento.
Angela era a pochi metri da lui, si sbaciucchiava con la sua nuova fiamma, Matteo. Entrambi erano ignari della presenza di Marco lì al parco, dietro i cespugli, a pochi metri dalla loro panchina.
Marco saltò fuori con un balzo rapidissimo. Bastarono pochi colpi decisi alla testa di lui e poi di lei, il cui ultimo sguardo mostrava solo orrore puro. Marco lasciò cadere l'asta di ferro arrugginito che aveva raccolto dietro il cespuglio, ora macchiata del sangue dei due ragazzi. Scappò via.
Suo padre, in fondo, aveva ragione: qualcosa si può sempre fare.

giovedì 2 agosto 2012

Stanotte voglio scrivere

Voglio scrivere stanotte
versi tristi
in cui specchiarmi.
Versi tristri
in cui un cielo così stellato avrebbe paura
a tuffarsi.

Voglio scrivere stanotte
versi amari
da indossare.
Versi amari
come un abito che ha perso
colore.

Voglio scrivere stanotte
versi bui,
da non vedersi neppure domani,
quando sorgerà finalmente
il Sole.

Ho creduto

Ho creduto di conoscerti,
Amore.
Poi, ho creduto di perderti.
Invece tu sei sempre rimasto là,
lontano,
a farti guardare.
Non ti sei fatto conoscere.
Grazie.
In questo modo, infatti, non ho potuto neppure perderti.
Perché non si può perdere
qualcosa che non si conosce.

mercoledì 11 luglio 2012

Tutto per lo SHOW!

Il destino di Josephine era stato grottesco fin dal giorno della sua nascita. Figlio di una trapezista e di un domatore di leoni, convinti di aspettare una bambina ("Femmina, sarà una femmina! La forma del pancione parla chiaro!"), il suo nome era stato scelto con largo anticipo: Josephine. E tale era rimasto, anche quando lui aveva smentito tutti i pronostici. E quale ruolo mai avrebbe potuto occupare, all'interno della compagnia circense, uno come lui, un maschio con un nome da femmina?
"Sarà un clown!"
E fu un clown. Faceva divertire i bambini con numeri buffi e travestimenti ancora più buffi.
Tutto per lo SHOW!
Lui li trovava grotteschi e noiosi. E poi, questa cosa che la gente andasse lì a guardarlo e a ridere di lui, non gli era mica mai piaciuta tanto. E, più passava il tempo, più la gente rideva, più in lui cresceva la malinconia. Pesante e grande. Grande come erano grandi le ridicole scarpe che indossava per gli spettacoli. Era un clown maschio con un nome da femmina, con un cuore triste ma con un sorriso dipinto sulla faccia col rossetto rosso fuoco.
Tutto per lo SHOW!
Si accorse pian piano che qualcosa andava maturando in quel suo cuore malinconico. Un progetto nuovo per quella vita grottesca. Un progetto grottesco per una vita nuova. Sì, sì. Più ci pensava, più ne era convinto. Perché no, in fondo?
Erano anche colorate quelle pillole per gli elefanti. Gli avevano sempre detto che erano vitamine. E lui per un po' ci aveva anche creduto. Ma ora non ci credeva. Non credeva più a nulla, Josephine. Quelle pillole lucide e belle, che sembravano tante caramelle...pillole blu, verdi, gialle...pillole viola, rosa, rosse...pillole per tutti i gusti! Per convincere gli elefanti a stare buoni, a fare il loro spettacolo, a non abbandonare il circo, a resistere ancora un po'.
Tutto per lo SHOW!
Quella sera il circo era pieno di bambini. Sottile soddisfazione per Josephine. Avrebbe fatto solo metà del numero. Metà esatta. Non un secondo di più. Non un secondo di meno. Un biglietto per mezzo spettacolo.
Tutto per lo SHOW!
Mezzo spettacolo. Soltanto mezzo spettacolo. Sottile soddisfazione per Josephine.
Tutti ridono. Lui si spruzza un getto d'acqua in faccia. Tutti ridono. La metà dello spettacolo è arrivata. L'acqua sul viso ancora non si è asciugata.
Vede i denti della gente, Josephine.
Tutti ridono!
Ridono!!
RIDONO!!!
E allora Josephine beve. Una pillola blu, una rossa, una rosa, una viola, una gialla, una verde, una blu, una rossa, una rosa, una viola, una gialla, una verde, una blu, una rossa, una rosa, una viola, una gialla...
Glu, glu, glu...
Giù, giù, gù...
Tutto per lo SHOW!
Fino alla fine. Grottesca, come il suo nome da donna sul corpo di un uomo, come il suo sorriso rosso su un viso che piange. Grottesca la sua fine. Come il suo destino.

IL PUNTO DI VISTA- Diceva Achille Bizzoni...

Guardate un po' cosa scriveva nel 1868 Achille Bizzoni, autore scapigliato, in un articolo del "Gazzettino Rosa"...
Vogliamo che si sappia chi comanda; e vogliamo che questi sieno responsabili delle loro azioni: vogliamo che i ladri non vadano al Parlamento; vogliamo che i manutengoli di donne non divengano cavalieri; vogliamo che le cortigiane, amiche di ministri e di grandi personaggi, non possano disporre con un bacio lascivo dei destini dello Stato. Vogliamo insomma che il bordello cessi; e ritorni l'Italia; e se non vi fu mai, si crei.
Non trovate che sia ancora tristemente attuale?