martedì 5 febbraio 2013

Tengo banco

Era da dodici anni e tre mesi che faceva quel lavoro. In realtà non lo considerava proprio un lavoro, ma una passione. O una vocazione mancata. Avrebbe sempre voluto studiare. Antropologia o psicologia. E invece non l'aveva mai fatto. Perché...no, non c'era un perché in effetti. C'era solo una lunga lista di scuse, a cui neppure lui aveva mai creduto. Se le raccontava per placare quel fastidioso mal di stomaco che lo attanagliava, il più delle volte durante la notte, prima di piombare in un sonno angoscioso e tormentato. È da dodici anni e tre mesi che tengo banco, si diceva. Tengo banco in questo posto radical-chic. E mi piace. Lo diceva anche agli altri, non solo a se stesso. E, con "tengo banco", non intendeva soltanto che si occupava di servire al banco del bar. Intendeva proprio che lui era l'anima di quel posto. Nessun altro barista avrebbe saputo tenere quel banco come lo teneva lui. Molte donne entravano e prendevano qualcosa al banco, solo perché c'era lui. Amavano come lo lucidava, come riempiva i bicchieri, perfino come faceva cadere in quei misteriosi liquidi alcolici due o tre cubetti di ghiaccio trasparente. Lo leggeva nei loro occhi, nelle movenze che diventavano improvvisamente sensuali, per attirare i suoi sguardi. E lui si divertiva ad osservare i clienti. A scoprire chi erano, da piccoli ma significativi segnali. A indovinare ciò che cercavano da lui, dal mondo, da quella serata passata al bancone di un locale radical-chic. Aveva un sesto senso. Riusciva sempre a dire quello che gli altri avevano voglia di sentirsi dire. Faceva quel lavoro da dodici anni e tre mesi. E si sentiva un po' antropologo e un po' psicologo. A volte anche un po' mago. Che poi fosse definito semplicemente come "il ragazzo del banco", bèh, non gli importava più.

domenica 18 novembre 2012

Inizio

Ritornerai da me
e ricominceremo
come se fra noi non fosse
finita mai.

Ritornerai da me
con una rosa in mano
e sarà come se non fossi stato
lontano mai.

Lacrime riflesse

Se sono giorni che non parlo,
abbasso gli occhi e non ti guardo,
dovresti chiederti il perché.

Se sono mesi che non rido
e che non cerco il tuo sorriso
e se di questo non ne soffri,
dovresti chiederti il perché.

Vedi riflesso nel mio sguardo
il tempo lungo dei silenzi.
Mi manca quello che eravamo.
Soprattutto, però, mi manca quello che avevamo
sognato
e invece non è stato.

Mi mancherà per sempre.

sabato 17 novembre 2012

Il mondo è tondo

Guardo il mio riflesso nello specchio
e il tuo sorriso
dai miei occhi è andato via.
Ritornerà,
se tornerai da me.
Ma so che non lo farai più.

Troppo lontani per guardarci ancora.
Troppo lontani per sfiorarci ormai.
E ti allontani ancora.

Se mai provassi ad allontanarmi anch'io,
forse un giorno mi ritroverei con te.
Il mondo
in fondo
è tondo.

lunedì 29 ottobre 2012

Il tempo di un attimo

Non era facile starsene lì a guardare senza fare nulla. Non è mai facile non poter agire. Forse è la cosa più difficile del mondo. Perché, quando puoi fare qualcosa, magari sbagli, è vero, ma almeno ci hai provato. Ed è questo che ti puoi raccontare: che ci hai provato. Quando, invece, non puoi fare nulla, allora sì che le cose si complicano. E rimani a marcire con te stesso. Puoi solo aspettare. Niente azione. Solo attesa. E l'attesa uccide chiunque.
Era difficile starsene lì a guardare senza fare nulla. Era difficile non poter agire. Aspettare un cambiamento ma non poterlo provocare. Eppure qualcosa si può sempre fare. Era questo che suo padre gli aveva sempre ripetuto, fino alla morte. Suo padre, però, non era un bell'esempio. Suo padre era morto suicida. Bèh, non si poteva certo dire di lui che fosse rimasto fermo a guardare senza fare nulla. Lui una cosa l'aveva fatta eccome. Aveva deciso di porre fine alla sua vita. E aveva deciso lui il come e il quando. Aveva agito, dunque. In accordo con la sua idea che "qualcosa si può sempre fare", anche decidere di non fare mai più nulla. Anche decidere di togliersi per sempre la possibilità di fare tutto.
Era impossibile stare lì a guardare senza fare nulla. Era impossibile non poter agire.
Marco decise allora che avrebbe agito. Avrebbe provocato lui un cambiamento.
Angela era a pochi metri da lui, si sbaciucchiava con la sua nuova fiamma, Matteo. Entrambi erano ignari della presenza di Marco lì al parco, dietro i cespugli, a pochi metri dalla loro panchina.
Marco saltò fuori con un balzo rapidissimo. Bastarono pochi colpi decisi alla testa di lui e poi di lei, il cui ultimo sguardo mostrava solo orrore puro. Marco lasciò cadere l'asta di ferro arrugginito che aveva raccolto dietro il cespuglio, ora macchiata del sangue dei due ragazzi. Scappò via.
Suo padre, in fondo, aveva ragione: qualcosa si può sempre fare.

giovedì 2 agosto 2012

Stanotte voglio scrivere

Voglio scrivere stanotte
versi tristi
in cui specchiarmi.
Versi tristri
in cui un cielo così stellato avrebbe paura
a tuffarsi.

Voglio scrivere stanotte
versi amari
da indossare.
Versi amari
come un abito che ha perso
colore.

Voglio scrivere stanotte
versi bui,
da non vedersi neppure domani,
quando sorgerà finalmente
il Sole.

Ho creduto

Ho creduto di conoscerti,
Amore.
Poi, ho creduto di perderti.
Invece tu sei sempre rimasto là,
lontano,
a farti guardare.
Non ti sei fatto conoscere.
Grazie.
In questo modo, infatti, non ho potuto neppure perderti.
Perché non si può perdere
qualcosa che non si conosce.